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  ilMaLe Non c'è giustizia senza libertà. Il blog di Leonardo Marzorati.
 
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PATRIA

 


26 febbraio 2009

Monopolio TV made in Raiset

Il PD si divide anche sulla spartizione di poltrone

L'Italia è un paese strano. E' l'unico paese in cui il servizio pubblico di informazione prima che controllare la politica ne è controllato. Solo in Italia abbiamo la commissione di vigilanza Rai. Nel forte parlamentarismo italiano sono deputati e senatori coloro che devono nominare una commissione di colleghi con il compito di controllare le trasmissioni TV. Quest'anno per l'elezione del presidente Rai si è vista la telenovelas Riccardo Villari. Per più di una settimana il mondo politico ha smesso di occuparsi di altro per parlare di questo caso. Antonio Di Pietro, che ha pure lasciato dichiarazioni per il superamento della commissione parlamentare di vigilanza RAI, si è battuto fortemente per vedere un suo uomo (Leoluca Orlando) alla presidenza. La lottizzazione non risparmia nessuno. In settimana sono stati nominati 7 dei 9 consiglieri di amministrazione della RAI (gli altri due verranno scelti dal Ministero dell'Economia). Tutti e 7 i consiglieri rispondono a partiti. L'unico scontento è sempre Di Pietro: voleva un consigliere e se lo giocava con l'UDC. Alla fine è stato un fedelissimo di Pierferdinando Casini a spuntarla. Sono stati nominati Nino Rizzo Nervo (PD ex Margherita), Giovanna Bianchi Clerici (Lega Nord), Guglielmo Rositani (AN), Antonio Verro (Forza Italia), Rodolfo De Laurentiis (UDC), Giorgio Van Straten (PD ex DS) e Alessio Gorla (quota Mediaset). L'ultimo consigliere fa venir voglia di ridere. Berlusconi, come indipendente di centrodestra ha voluto scegliere un ex dirigente della concorrenza. Scelto apposta per la conoscenza dell'amministrazione delle reti televisive. E' come se al consiglio di amministrazione di Unicredit mettessero un manager di quota Intesa - San Paolo. Alla faccia della sana concorrenza un uomo Mediaset entra nella stanza del potere RAI. L'abbraccio tra Rai e Mediaset fa parlare di un caso Raiset. Lo stesso presidente della RAI Carlo Petruccioli è un ex comunista molto amico di Fedele Confalonieri. Petruccioli viene descritto come l'uomo di sinistra che piace tanto ai berlusconiani. A mio avviso, questo non è un buon biglietto da visita. L'amicizia tra le due aziende ha visto il concorrente della trasmissione Amici di Maria De Filippi Marco Carta vincere il Festival di Sanremo. A premiare il giovane cantanti c'erano due baluardi di Mediaset: Paolo Bonolis e la stessa Maria De Filippi. Il monopolio berlusconiano è sempre più forte. L'opposizione si accontenta di due o tre poltrone e non protesta più di tanto. O meglio, protesta al suo interno. Si era detto che con le coraggiose dimissioni di Walter Veltroni sarebbe finita l'eterna sfida con Massimo D'Alema. Tutt'altro: i dalemiani si sono infuriati perchè il consigliere di area DS Giorgio Van Straten è un veltroniano di ferro. Il politburo del PD elegge al 92% Dario Franceschini segretario. Ma poi si divide tra ex DS ed ex Margherita, mantenendo al suo interno ancora le correntine che sono eredi della storia del PCI e della DC. Si litiga sulle poltrone e non si dicono cose ben più importanti. Per esempio i 130 milioni di euro che l'Italia paga ogni anno per non aver concesso a Europa 7 le frequenze ora in mano a Rete 4. La sentenza della Corte di Giustizia europea del 31 gennaio 2008 afferma che il sistema televisivo in Italia non è conforme alla normativa europea che impone criteri obiettivi, trasparenti e non discriminatori nell’assegnazione delle frequenze. Le multe rimpolpano le casse pubbliche (italiane o europee che siano). Quei soldi quindi non si perdono nel nulla. Però a un liberista ostile all'intervento pubblico come Berlusconi, questa tassa non desiderata voluta da Bruxelles non dovrebbe essere gradita. E invece Rete 4 resta dov'è. Il dominio Raiset continua.

Ma.Le.


25 febbraio 2009

Il design in mostra in Brianza

Il buono, il brutto, il cattivo


Nella cittadina brianzola di Giussano fino al 29 marzo c'è una interessante mostra sul design. La mostra, con ingresso gratuito, espone elettrodomestici che hanno fatto la storia della società italiana dalla metà del '900 ad oggi.




C’è del buono nel design italiano? La risposta che dà la mostra di Villa Sartirana sembra essere  sì. Giovedì sera alle 21, nella struttura di via Carroccio, è stata inaugurata la mostra “Il buono, il brutto, il cattivo. Il good design tra storia e futuro”. La mostra, a cura di Didi Gnocchi e Francesca Molteni, ripercorre la storia del design innovativo applicato ai piccoli elettrodomestici. La mostra è aperta nei giorni feriali dalle 15 alle 18, il sabato e i festivi dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18.30. Il lunedì è chiusa al pubblico.

Nelle sale della villa sono state inserite prodotti di uso quotidiano che hanno fatto la storia e che hanno lasciato un buon segno. Ci sono le tv dal gusto pop della Brionvega. Dell’azienda friulana sono esposti diversi prodotti. Si passa dalla TV Doney alla radio TS 502. Questa radio fu disegnata negli anni ’60 da Richard Sapper e Marco Zanuso. A quest’ultimo designer, scomparso nel 2001, è dedicata anche una dettagliata scheda sul suo brillante percorso artistico. In una sala un altro grande del ‘900 è ricordato con un filmato: Bruno Munari. L’eclettico artista milanese aveva celebrato come massimo simbolo della perfezione l’arancia. Nel filmato si mostra come un semplice agrume può essere molto più “good” di tante idee impostate dall’uomo. I contributi scritti di importanti designer e critici d’arte ragguagliano il visitatore su cosa è buono, cosa è brutto e cosa è cattivo. Per Cini Boeri è brutto design ciò che non ti spiega il suo utilizzo. Un esempio sono delle piccole riproduzioni della robottina EVE del film “Wall E” : il loro utilizzo resta un mistero per la maggioranza del pubblico. Per Richard Sapper la Smart è brutto esempio di design. Mario Bellini considera un cattivo design lo spremiagrumi di Philip Stark: è un’opera d’arte, ma non separa il succo dai semini. Per Michele De Lucchi bellezza, bruttezza e cattiveria sono complementari in un’opera di design. Il buon design lo si ricava dalla concorrenza. In questo contesto si incastra la stanza in cui sono esposte macchine della Braun e della Apple. La Braun negli anni ’50 e ’60 realizzò radio, giradischi, ventilatori e rasoi il cui stile pare innovativo ancora oggi. La Apple partì alla fine degli anni ’70 a produrre i primi personal computer. Quelli esposti a Giussano sembrano dei veri e propri ruderi, pur trattandosi di prodotti realizzati una ventina di anni dopo gli innovativi elettrodomestici Braun. Sembra passare un abisso di tempo tra il Macintosh del 1984, il Mac del 1999 e l’Iphone del 2007. In poco più di vent’anni l’azienda Apple sembra essere passata dalla preistoria al futuro. Nel corso degli anni, un’opera geniale ha saputo accostarsi a una bella estetica, per poter raggiungere la qualifica di “buon design”. Come ha spiegato Mario Bellini: «Il buon design è il buon progetto. È qualcosa disegnato bene». L’innovazione, l’impegno per trovare qualcosa che sia bello senza far perdere la sua essenziale utilità. Questo è il buon design. Questo è ciò che la mostra trasmette al visitatore.


Ma.Le.


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24 febbraio 2009

Della pace in Sri Lanka importa a qualcuno?

Dal Corriere della Sera

È arrivato all'ultimo capitolo il conflitto che da 25 anni oppone le forze governative a quelle dei ribelli indipendentisti Le accuse Le Nazioni Unite denunciano violazioni dei diritti umani: 300 non combattenti uccisi nell'ultima settimana

Sri Lanka, la guerra dimenticata

Offensiva finale nell'ultima zona controllata dalle Tigri Tamil La Croce Rossa: 250 mila civili bloccati rischiano la morte

Il tempo è finito. I giorni delle Tigri Tamil, a meno di un miracolo, si contano sulle dita di una mano. Titoli di coda sulla guerra dimenticata, la più lunga e sanguinosa dell'Asia meridionale? L'offensiva finale contro l'ultima sacca di resistenza dei ribelli indipendentisti è questione di ore: l'esercito attende solo il via libera, mentre il governo di Colombo ribadisce il suo «no» a qualunque compromesso. «Siamo determinati a non concedere alcun cessate il fuoco e soprattutto siamo decisi a sradicare il terrorismo dallo Sri Lanka», ha dichiarato nei giorni scorsi Mahinda Samarasinghe, ministro per i Diritti umani e i Disastri naturali.
L'«isola splendente», questo il significato della parola sanscrita lanka, paradiso ormai perduto dei vacanzieri, è ancora una volta devastata da una violenza senza freni che si abbatte soprattutto sui non combattenti. Secondo i dati della Croce Rossa Internazionale, sarebbero 250 mila i civili intrappolati nell'ultimo lembo di territorio controllato dalle Tigri, 300 chilometri quadrati di giungla e miseri villaggi nel Nordest del Paese. Il ministro Samarasinghe contesta i dati della Cri e parla di 120 mila civili: «Continueremo a liberare le aree ancora occupate e poi i residenti potranno andare dove vogliono», assicura, sottolineando come «noi non prendiamo di mira i civili né lo faremo in futuro».

In realtà, quest'ultimo, sanguinoso capitolo di un conflitto che — tra alti e bassi — va avanti da 25 anni, mostra una situazione ben differente, sul campo. L'avanzata delle truppe speciali, le granate dell'artiglieria e le bombe dei jet militari non hanno risparmiato neppure gli ospedali. Non è soltanto la Croce Rossa a parlare di «massacri». Anche le Nazioni Unite hanno denunciato numerose violazioni dei diritti umani: sarebbero almeno trecento i non combattenti (compresi donne e bambini) uccisi negli scontri di quest'ultima settimana, molti dei quali deceduti in maniera orribile, dissanguati per la strada perché la zona di guerra è totalmente sigillata (off limits per le ambulanze come per i reporter), mentre Ong e agenzie internazionali sono state espulse senza tanti complimenti.

Già: il governo del presidente singalese Mahinda Rajapakse non tollera «ingerenze». Da falco, il capo dello Stato ha voluto chiudere i conti una volta per tutte con le Tigri per la liberazione del Tamil Eelam (Ltte) — come si chiama ufficialmente il gruppo, iscritto nell'elenco delle organizzazioni terroristiche di Stati Uniti ed Europa — e per questo non si è preoccupato nemmeno di minacciare gli ambasciatori di Svizzera e Germania, accusandoli di essere «troppo condiscendenti » e di «agire in maniera irresponsabile » per i loro tentativi di convincere le istituzioni internazionali a sponsorizzare una tregua umanitaria. Il ministro della Difesa, Gotabaya Rajapakse, fratello del presidente, ha messo in guardia diplomatici, giornalisti stranieri e organizzazioni non governative, affermando che «saranno tutti espulsi se tentano di dare una seconda opportunità ai terroristi delle Ltte, proprio mentre le forze di sicurezza stanno infliggendo loro il colpo mortale».

Era un anno che i capi militari e politici singalesi attendevano questo momento. Esattamente dal 2 gennaio 2008, quando il governo aveva denunciato unilateralmente la tregua concordata alla fine del 2001 che, molto faticosamente, aveva retto nonostante le frequenti violazioni da parte delle Tigri e le immediate rappresaglie dell'esercito regolare.

Da allora è stato un crescendo. Avanzando su tre fronti lungo l'A9, la statale che corre da sud a nord lungo la dorsale centrale dello Sri Lanka, l'esercito ha prima riconquistato l'est dell'isola che un tempo, sotto la dominazione inglese, si chiamava Ceylon ed esportava tè in tutto il mondo. Poi è toccato al nord: Kilinochchi, Mullaitivu, Malavi, Elephant Pass: a una a una sono cadute tutte le roccaforti controllate dalle Tigri Tamil, vero Stato nello Stato con tanto di esazione di tasse e controllo del territorio da parte di una polizia «autonoma». Nel corso della campagna di guerra, l'esercito ha condotto operazioni di contro-guerriglia utilizzando le stesse tattiche del nemico. Ma i metodi spietati utilizzati dalle truppe speciali, i bombardamenti indiscriminati, il sacrificio di tante vite innocenti hanno avuto anche un contraccolpo tra la maggioranza della popolazione, singalesi di fede buddhista (i tamil sono induisti). Quattordici giornalisti sono stati uccisi da killer che in nessun caso sono stati identificati e portati in giudizio. L'ultimo episodio, il più eclatante, è quello di Lasantha Wikramatunga, il direttore del settimanale Sunday Leader, uno dei più influenti periodici in lingua inglese della capitale Colombo: freddato con due colpi alla testa mentre andava a lavorare, all'inizio di gennaio. La sua colpa? Quella di aver criticato la politica del governo e, soprattutto, quella di non aver nascosto al presidente Rajapakse, suo intimo amico, che la «guerra, così condotta, sarà anche vinta. Ma lascerà un retaggio di odio e ingiustizia che sarà difficile guarire». Il giornalista, in un editoriale intitolato «E poi sono venuti per me», poco prima di morire scrive: «Quando alla fine sarò ucciso, sarò assassinato dal governo».

Una deriva, questa, inedita per lo Sri Lanka, isola-Stato uscita dal colonialismo britannico nel 1948 senza sparare un colpo di fucile ma già con i semi della futura instabilità etnica. I tamil (18 per cento della popolazione), percependo una crescente discriminazione, hanno cominciato da subito a spingere verso l'autonomia delle province nordorientali da loro abitate. Per i singalesi, si trattava di una «giusta conseguenza» rispetto al periodo coloniale, quando i britannici, a loro dire, avevano favorito i tamil, incentivando persino l'immigrazione dalla vicina India. Lo stallo nella soluzione delle controversie e le ingiustizie, vere o percepite, patite dalla minoranza, hanno spinto i tamil a insorgere con le armi. Le Tigri sono nate nel 1972 per volere di un capo guerrigliero che sarebbe diventato leggendario per la sua ferocia: Velupillai Prabhakaran. Il suo gruppo rivendica sin dall'inizio attentati e attacchi, alcuni dei quali indiscriminati, suscitando forte emozione in tutto il mondo. La guerra civile vera e propria scoppia però nel 1983, quando le Tigri riescono di fatto a impadronirsi di gran parte delle province del Nordest, a partire da quella di Jaffna. La loro azione porterà Colombo a chiedere aiuto al gigante vicino, l'India, che tra il 1987 e il 1990 sarà presente sull'isola con un corpo di spedizione di centomila uomini. Decisione, tra l'altro, che avrà come conseguenza l'assassinio di Rajiv Gandhi da parte di una kamikaze che si farà esplodere nel 1991, durante un suo comizio nello Stato indiano del Tamil-Nadu. La storia degli anni seguenti è una sequela di agguati, spedizioni punitive, attentati e azioni suicide che hanno provocato, nel complesso, la morte di 70 mila persone. Cui bisogna aggiungere i 30 mila uccisi per lo tsunami del 26 dicembre 2004: tragedia nella tragedia. La guerra, ora, sembrerebbe vicina al suo epilogo. Ma non la stagione dell'odio.

Paolo Salom
3 febbraio 2009


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23 febbraio 2009

Giovanni Passannante

L'eroe del giorno: Giovanni Passannante (1849 - 1910)



Giovanni Passannante nasce in un povero borgo rurale lucano del Regno delle Due Sicilie. Da ragazzino lavora come bracciante e sguattero nelle osterie. Un ufficiale dell'esercito nativo del suo stesso paese (Salvia) nota in lui la voglia di studio e decide di prenderlo a se. Come assistente di un militare, Passannante ha così la possibilità di imparare a leggere e scrivere. Inizia con la Bibbia, ma crescendo le sue letture principali divengono gli scritti di Giuseppe Mazzini. L'Italia è unita e Passanannte lavora come cuoco a Salerno. Nel 1872 viene arrestato per la diffusione di fogli repubblicani. Inizia in carcere a coltivare idee anarchiche. Uscito di galera si sposta a Napoli. La vecchia capitale borbonica è maltrattata dai Savoia. I nuovi reali hanno deciso di trasferire molte ricchezze dal Sud al Nord, penalizzando fortemente il Mezzogiorno. Passanante crea attorno a sé un forte gruppo anarchico. Le sue idee non si limitano ad un semplice odio contro la monarchia o a un brigantaggio: legge le idee di Max Stirner, Michail Bakunin e Pierre-Joseph Proudhon. Per gli anarchici i lavoratori rappresentano la forza reale di una società e solo da essi può venire una sua trasformazione profonda. L'azione anarchica deve mirare, prima di ogni altra cosa, alla difesa degli sfruttati e appoggiare tutte le rivendicazioni che vanno nel senso di un miglioramento delle condizioni di vita e del progresso sociale. L'Italia meridionale ha un altissimo tasso di analfabetismo e la stragrande maggioranza della sua popolazione vive nella miseria. Nel 1878 Passannante decide di ricorrere a un'azione violenta contro la monarchia sabauda. Durante una visita del re Umberto I a Napoli, Passannante si avvicina al carro reale e tenta di accoltellare il sovrano. L'intervento del primo ministro Benedetto Cairoli sventa l'attentato e Passante viene arrestato. Il suo gesto riprendeva quello fatto dall'anarchico Felice Orsini che tentò di assassinare Napoleone III. Dopo l'attentato fallito la monarchia iniziò una persecuzione contro tutti gli anarchici. Ci furono centinaia di arresti e pestaggi di anarchici. Al processo Passannante ripete, nonostante le minacce e i pestaggi degli interrogatori, di aver agito da solo. Nonostante ciò, la magistratura perseguita pure la sua famiglia. L'intera famiglia dell'attentatore, composta dalla madre settantaseienne, due fratelli e tre sorelle, colpevoli solo d'essere suoi consanguinei, vengono arrestati già il giorno dopo l'attentato e condotti nel manicomio criminale di Aversa resteranno internati fino alla morte. Il 29 marzo 1879 Passannante viene condannato all'ergastolo. L'anarchico viene rinchiuso in una cella, priva di latrina, posta sotto il livello del mare, senza poter mai parlare con nessuno e vivendo in completo isolamento per anni tra i propri escrementi, caricato di diciotto chili di catene. Passannante alto circa 1,60 m, passerà la sua vita intera in una cella alta solo 1,40 m. Questa tortura termina nel 1910, con la morte del rivoluzionario. Il nome del suo paese viene cambiato per ripicca da Salvia in Savoia di Lucania. Durante la sua pena intellettuali e democratici si battono per denunciare le sue vergognose condizioni di vita. Giovanni Pascoli scrive Ode a Passannante. Dopo la sua morte il corpo, in ossequio alle teorie lombrosiane miranti ad individuare supposte cause fisiche di "devianza", viene decapitato. Il suo teschio è rimasto esposto fino al 2006 al Museo Criminologico di Roma. L'11 maggio 2007 le spoglie di Giovanni Passanannte hanno trovato la giusta sepoltura al cimitero di Savoia di Lucania.

Ma.Le.



22 febbraio 2009

Ma.Le. dice

Il leghista Mario Borghezio ha detto di apprezzare Barack Obama. Gli servirà per il ruolo di kapò.


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21 febbraio 2009

Guarda un po' chi si rivede

Il "falegname" Torricelli ritorna da allenatore nella Pistoiese


Moreno Torricelli in conferenza stampa


Moreno Torricelli inizia una nuova carriera. L’ex difensore della Folgore di Verano e della Caratese dopo aver appeso le scarpe al chiodo ha iniziato ad allenare. Da martedì scorso Torricelli è il nuovo “mister” della Pistoiese, squadra che milita in Lega Pro Prima Divisione Girone B (la vecchia C1). L’ex terzino della Juventus e della Nazionale era già in Toscana da più di una anno. Lì allenava gli Esordienti Regionali della Fiorentina. Ora però arriva la sua prima panchina con una prima squadra. La Pistoiese si è trovata senza allenatore quando, dopo l’ennesima sconfitta della squadra toscana (1-2 contro il Sorrento), il tecnico Salvatore Polverino ha rassegnato le dimissioni. Torricelli avrà un compito molto arduo: la Pistoiese è ultima in classifica, a 8 punti dalla zona play out e a 12 dalla salvezza. La squadra toscana sembra essere destinata alla retrocessione. Ma ora al timone trova un uomo dalle imprese impossibili. Si tratta proprio di Torricelli, un ragazzo che fino al 1992 lavorava in un mobilificio di Carate e giocava da dilettante nella Caratese. Dopo aver partecipato a un provino per la Juventus, lasciò una grande impressione all’allora allenatore bianconero Giovanni Trapattoni che decise di inserirlo nella rosa. Da allora Moreno Torricelli si impose come baluardo della Juve e poi anche della Nazionale. Con la Juventus ha vinto tutto: 3 scudetti, 2 Coppe Italia, 2 Supercoppe Italiane, 1 Coppa Uefa, 1 Coppa Campioni, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa Intercontinentale. Maestosa  fu la sua prestazione nella finale di Champions League contro l’Ajax nel 1996. Anche in azzurro Torricelli ha dato un prezioso contributo: agli Europei di Inghilterra ‘96 e ai Mondiali di Francia ’98. Nel 1998 passò alla Fiorentina e nel 2002 all’Espanyol di Barcellona. La sua ultima stagione da calciatore è stata la 2004-05 all’Arezzo in serie B. Ora a 39 anni riparte dalla panchina della Pistoiese. Qui ritrova, come portiere, il suo vecchio compagno di squadra alla Fiorentina Gianmatteo Mareggini, che a 42 anni continua a scendere in campo. Mareggini senz’altro darà una mano al vecchio amico e “mister” Moreno Torricelli.


Ma.Le.


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17 febbraio 2009

Cade Soru e con lui Veltroni

Da Quotidiano.net

Nel paese del Bostik dove i politici sono incollati alle poltrone, Veltroni ha avuto il coraggio di dimettersi


La notizia ha pochi precedenti nella storia della Repubblica dei Dinosauri. Ecco perché una cosa da fare è rendere onore a Veltroni


Walter Veltroni si dimesso da segretario del PD

Firenze, 17 febbraio 2009 - Le scosse telluriche si susseguono sul pianeta Pd. Il sisma è così devastante da fare a pezzi un partito che non c'è e che forse non c'è mai stato. Il trionfo di Berlusconi & Cappellacci in Sardegna ha innescato una reazione a catena di cui Veltroni è stato il primo a fare le spese. Nel suo fondo, Giuseppe Tassi analizza con lucida puntualità le ragioni di un epilogo tanto ineluttabile quanto - si può dire? - finalmente rivoluzionario.
Nel Paese del bostik, dove i politici, come i loro sottopancia, come i sottopancia dei sottopancia, sono incollati alle poltrone e non le mollano mai, il segretario del primo partito d'opposizione ha avuto il coraggio di dimettersi. Ha perso la partita e ha tolto il disturbo. "Se il problema sono io, me ne vado", ha detto stamane. E l'ha fatto.
La notizia ha pochi precedenti nella storia della Repubblica dei Dinosauri. Ecco perché, indipendentemente dalle analisi socio-politiche che in queste ore ci stanno frantumando le orecchie, per non dire delle prefiche dlelo stesso Pd che piangono lacrime di coccodrillo dopo avere scavato il terreno sotto i piedi all'ex segretario, una cosa da fare è rendere onore a Veltroni.
Le sue idee possono essere condivise o criticate, le sue scelte approvate o contestate, ma, nel momento più amaro nella carriera politica del mancato Obama italiano, non si può non apprezzarne il gesto. Ha ragione Matteo Renzi, classe 1975, presidente della provincia di Firenze, il cattolico ex dc che ha clamorosamente vinto le primarie del Pd per l'elezione a sindaco del capoluogo toscano: "Il popolo di sinistra si è rotto le scatole di essere chiamato a ratificare le scelte fatte dai vertici. La gente è stufa della nomenklatura. La guerra fra D'Alema e Veltroni ha stancato". Veltroni ha perso la guerra. D'Alema pure.

Xavier Jacobelli
17 febbraio 2009


16 febbraio 2009

La bellezza del giorno

Dorothy Gish (1898 - 1968)















Filmografia essenziale:


GIUDITTA DI BETULIA (1914)
CUORI DEL MONDO (1918)
LE DUE ORFANELLE (1922)
BELLEZZE RIVALI (1946)
IL CARDINALE (1963)


14 febbraio 2009

La Svizzera si apre, Israele si chiude

Con un referendum gli svizzeri dicono sì alla libera circolazione dei lavoratori stranieri. In Israele la Knesset si sposta vistosamente a destra.

In Svizzera domenica scorsa si è votato un referendum sulla libera circolazione nello stato elvetico. Netto è stato il Sì degli svizzeri alla proroga dell'Accordo sulla libera circolazione dei lavoratori con l'Unione Europea e alla sua estensione a Romania e Bulgaria. Il 59,6 % di coloro che si sono recati alle urne ha detto Sì. Solo quattro dei 26 cantoni o semicantoni, tra cui il Ticino, hanno votato contro l'accordo. In gioco c'era tutto l'impianto degli accordi bilaterali raggiunti tra Berna e Bruxelles. Le maggiori forze politiche svizzere (Socialisti, Liberali, Popolari, Verdi) si sono schierate per il Sì. Per il No si erano schierati l'Unione Democratica di Cristoph Blocher e la Lega dei Ticinesi (partito di ispirazione Bossiana). La vittoria del Sì ha motivazioni sociali ma anche economiche. Secondo i favorevoli, la Svizzera guadagna un franco su tre nell'Unione Europea e dipende dalla manodopera qualificata proveniente dai Paesi europei. Un no alla libera circolazione delle persone, sottolineavano i favorevoli, avrebbe avuto come conseguenza l'annullamento del pacchetto dei Bilaterali I, a causa della cosiddetta clausola ghigliottina che li lega giuridicamente. La Svizzera pur non entrando nell'UE continua la sua strada di reciproci accordi con i paesi del Vecchio Continente. Questo può essere letto come un buon segnale per tutta l'Europa e in particolare per tutti i lavoratori migranti del continente.
In Israele si è votato per il rinnovo della Knesset. Alle politiche di martedì scorso l'affluenza è stata alta. Le elezioni hanno segnato un netto spostamento a destra del paese. Molti cittadini israeliani chiedevano un interevento più drastico contro Hamas nella Striscia di Gaza. Questo ha favorito i due partiti di destra: Likud e Yisrael Beytenu. La formazione centrista Kadima di Tzipi Livni ha sottratto voti alle forze di sinistra (Labour e Meretz). Kadima si ritrova primo partito con il 22,5%, seguita dal Likud al 21,4%, da Yisrael Beytenu al 11,6% e dai laburisti al 9,8% (minimo storico). Il partito comunista (votato principalmente da arabi) e le liste arabe si mantengono sulle percentuali storiche. Così come i partiti religiosi: il Shas dei sefarditi; Torah e Unione Nazionale degli ashkenaziti. Come sempre, il proporzionale con sbarramento al 2% porta alla Knesset tanti partiti e tanta instabilità. In questo caso però, nessun partito ha raggiunto il 25% che vuol dire un quarto del parlamento. Lo spostamento a destra è palese. Kadima strappa voti alle sinistra e ne perde a favore del Likud di Benjamin Netanyahu. Quest'ultimo risolleva un partito malmesso dal 2006, ma vede qualche suo fedelissimo traslocare all'estrema destra, nell'Yisrael Beytenu. Quest'ultima formazione è guidata da Avigdor Lieberman, un immigrato moldavo laico e antiarabo. Questo populista si estrema destra è odiato dai partiti religiosi ebraici per la sua laicità accesa, ma ovviamente anche dagli islamici per il suo razzismo contro gli arabi. Lieberman ha parlato di atomica su Gaza e espulsione di cittadini arabi israeliani dallo Stato Sionista. A votarlo sono stati coloni, immigrati russi, strati più poveri del paese. Lieberman e Netanyahu hanno preso tanti voti a Sderot e Askhelon, le cittadine colpite ogni giorno dai razzi di Hamas. In un clima di paura il popolo israeliano ha scelto di svoltare a destra. Il Partito Laburista di Ehud Barak e la sinistra radicale sionista Meretz avevano detto sì all'intervento militare a Gaza. Il loro voler sempre ascoltare la comunità internazionale li ha pesantemente puniti. Il Meretz (sostenuto dagli scrittori Oz, Grossman e Yehoshua) ha ottenuto solo 3 deputati. Il suo ex leader Yossi Beilin attribuisce la sconfitta ad un normale travaso di voti a favore di Kadima in un ottica anti Likud. Beilin aggiunge che la vittoria importante è quella di Obama. Non sembra avere molto rispetto del suo paese un politico che chiede l'intervento del presidente degli Stati Uniti per cambiare le cose in casa propria. Gli israeliani hanno votato la destra? Bene, che governi! Probabilmente Netanyahu sarà primo ministro, ma non è detto che ci sia una rotazione di due anni a testa con la Livni (avvenne già nel 1984 con Shamir e Peres). La coalizione di governo dovrebbe vedere Likud, Kadima e Yisrael Beytenu o i partiti ortodossi. Le liste religiose hanno paragonato Lieberman a Satana e non vogliono governare con un libertino dichiarato. Tra destra religiosa ed estrema destra laica non corre buon sangue. Ma una bella poltrona potrebbe rimuovere vecchi rancori politici. La svolta a destra di Israele preoccupa molto. Netanyahu ha dimostrato di essere un buon candidato ma, quando ha governato Israele dal 1996 al '99, non ha saputo dare grandi risposte al paese.

Ma.Le.

 


12 febbraio 2009

Addio a Nuvolese

Ho appreso oggi della scomparsa di un amico blogger. Si tratta di Nuvolese, venuto a mancare alcuni mesi fa. Era un blogger progressista, simpatizzante del PD. Leggeva l'Unità, guardava Annozero e nei suoi post si occupava di politica, giustizia, diritti. Passando dalle sue parti leggevo post con attacchi a Berlusconi, in difesa di Piergiorgio Welby o dello statuto dei lavoratori. Era sempre interessante dibattere con lui. Vi lascio il link del suo blog, in modo che chiunque passi di qua possa dare un'occhiata al lavoro di un amico che non c'è più.

http://www.nuvolese.ilcannocchiale.it/

Ciao Nuvolese


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